post-title Sutera – Cenni Storici http://www.cuoredisicilia.org/wp-content/uploads/Sutera_panorama-nordNEW-1.jpg 2017-04-29 13:18:31 yes no Posted by Categories: Caltanissetta e <provincia, Sicilia, Sutera

Attorno alla rupe gessosa, conosciuta con il nome di Monte San Paolino, quasi a rappresentare un colliere di pietre antiche, è dislocata, la blasonata città, demaniale, di Sutera.

Un paese ormai di mille e cinquecento abitanti, con case ammonticchiate le une sulle altre, tra le quali si articola un dedalo di viuzze in pietra lavica e calcarea. Una struttura urbanistica di tipo medievale che ingloba fabbricati vecchi e nuovi, amalgamando armonicamente i colori del gesso con quello dei materiali da prospetto più recenti.

suteranuvole
Il monte San Paolino emerge su un romantico paesaggio
di prati e nebbie, dominando placido le piccole dimore ai suoi piedi
 
In questo paese ogni angolo è storia, cultura, arte … ogni pietra è leggenda. Questa, almeno, è l’impressione che riceve l’occasionale visitatore al primo acchito… …questa risulta essere la conferma, appena lo stesso incontra gli abitanti del paese: i suteresi. Gente mite, onesta, per bene incline al dialogo. Gente che racconta e si racconta… e ama i dettagli. A Sutera, infatti è la leggenda che ha dato identità al paese. E’ Il mito che ha profumato di mistero e suggestione ogni contrada. Persino i ragazzi, oggi, raccontano della fondazione della città ad opera di Dedalo, l’architetto ateniese fuggito dal labirinto di Creta ed ospitato dal sovrano, autoctono, Kocalo.
 
panoramaoriginale
Una pittoresca veduta del paese attorno alla rupe gessosa del monte San Paolino, come un collière di pietre antiche
E nei racconti indugiano a rappresentare minuziosamente l’assassinio di Minosse, affogato dalle figlie di Kocalo dentro la vasca da bagno accennando anche alla mitica Camico, capitale della Sikania, inghiottita dalla voragine tellurica che aveva frantumato la rocca di San Marco e aveva spezzato in due parti il monte vicino (Rocca spaccata). Sulle mappe del luogo, per chi nutrisse qualche curiosità, si leggono toponimi suggestivi, che stimolano la fantasia (Aravia, Donnibesi, Arancisia, Donnaspusa). Nella realtà, si osservano ambienti incontaminati, selvaggi, fantasmagorici…(Scarcella, Santa Croce, Balate di Sciacca, Ganefo).

Di fronte al paese, le dentate creste della rocca di San Marco e il massiccio profilo di Donnibbesi con le loro misteriose asperità su un territorio segnato dalla Storia antica

Sutera è stata la salvezza della Sicilia ripete la gente, all’unisono, traducendo dal greco e adattando ad ogni fenomeno storico o naturale, l’etimo della denominazione, Sòteira.
Sutera è stata la salvezza delle popolazioni che abitavano le sponde del fiume salato “Alikos”, quando nella località denominata Raffe, i pacifici coloni che coltivavano il lino, furono soggetti alle incursioni dei barbari (o barbaroi) che dal mare, con imbarcazioni leggere, dalla foce di Minoa, penetravano nell’interno del territorio, per razziare. Sutera è stata la salvezza dal cataclisma, ripetono ancora, da quell’implosione di fango, che ha sprofondato, come Atlantide, nelle viscere della terra, la mitica capitale della Sikania.

affresco bizantinoTraccia di alcuni affreschi sacri, di età bizantina, che decorano un piccolo oratorio rupestre sopravvissuto sulla rocca di San Marco.

E nell’esplicazione dell’etimo la gente si gongola di orgoglio. Si pavoneggia. Perché i suteresi, nella loro tranquillità, sono orgogliosi, fieri, e, molto spesso, vanitosi.
Hanno anche uno spiccato senso della dignità.
Guai ad offenderli o ad oltraggiarli…
Come ai tempi dei greci, presentano immediatamente l’ostracismo. Neanche la Mafia, ubiquitaria mala pianta siciliana, è riuscita, caso più unico che raro, ad attecchire in questo comune. Mai i suteresi sono stati conniventi ed omertosi. Mai si sono lasciati abbindolare dal “fascino” del crimine.
“Ingens ac subtilissima civitas” era l’attributo identificativo dell’antica città regia. Città ingente e abbondante, pur essendo piccola. “Tempore famis subsidium Sotera” riportava una epigrafe marmorea che fino a metà dell’ottocento stette affissa alla parete della chiesa di Sant’Agata, proprio a ricordare il sostegno solidale che la città aveva dato all’isola nelle calamità e nelle carestie. Il geografo Arabo Al Idrisi nella descrizione dei percorsi della Sicilia, nel libro di Ruggero, attribuiva a Sutera, una enorme importanza, sia dal punto di vista economico che come referente di orientamento. “A tramontana di Gardutah giace Sutir, circondato da ogni banda dalle montagne, popoloso, industrie, frequentato, di passaggio da chi va e viene“.

Territorio strategico, dunque, per chiunque volesse controllare la via comiciana, quel percorso tortuoso che, costeggiando, a tratti le rocce di monte Conca e Cimò, a tratti il fiume Platani, da Girgenti portava alla capitale dell’isola. Sulla vetta della Rocca, di quell’amba africana come la definì nel 1910 il professore Giovanni Lorenzoni, sorse, allora, il castello: “i dammusi”, la neviera, le prigioni.

la iacca

Ecco la “jacca” o “Rocca Spaccata”: una leggenda vuole che a spaccare in due questa rocca sia stata una scossa di terremoto accaduta quando Cristo spirò sulla Croce.

pizzo san marco

San Marco visto da sotto con le sue frastagliate rocce è meta di visitatori che possono arrivare fino in cima al cosidetto “Scifazzu”

 

 

Da quella postazione infatti, si osservava ogni luogo, ogni movimento del vastissimo territorio circostante.
Il castello di Mussomeli, il torrione dei Gibellini, la Sera del Palco, il Passo “funnutu”, il mare di Agrigento, la rocca di Bastiglia, il monte Cammarata, si potevano raggiungere velocemente con uno sguardo, si potevano toccare, idealmente, con una mano.
Ad occidente si vedeva nitida e vicina Castrogiovanni.
Nelle giornate serene, più in là, sullo sfondo, il vulcano fumante l’Etna… il Mongibello.
Fu quello il motivo prioritario che ne determinò la demanialità, l’appartenenza alla Regia Corona. Fu quella la prerogativa che oppose, negli anni successivi, le nobili famiglie suteresi agli occasionali conti e baroni che per brevi periodi ne ebbero il possesso.
Il 21 febbraio del 1397 dopo essere appartenuta a Guglielmo Raimondo di Montecateno, venne “ad demanium reducta”, per volontà del re Martino “perché un re deve, sempre, accondiscendere alle richieste dei suoi fedeli” punendo chi si macchia di fellonia e lesa maestà. Venduta e riscattata anche negli anni succesivi, la Vecchia Signora del Vallone, si vide attorniata, tra gli inizi del ‘500 e la fine del ‘600, da nuovi centri abitati che sorsero come funghi per incentivare l’agricoltura, unica fonte di reddito della nuova nobiltà contadina assenteista. Sutera, in quegli anni, divenne centro amministrativo e religioso della Val di Mazzara; fu sede di notai, di funzionari, militari, conventi e chiese.
All’inizio del settecento il suo declino divenne inarrestabile un po’ per la rissosità della sua nobiltà minore, un po’ per la progressione di Mussomeli con i fertili e ben amministrati feudi degli onnipotenti Lanza. La crisi dell’agricoltura tradizionale con la rivoluzione industriale, i nuovi assetti istituzionali scarsamente rispondenti alle necessità di territori difficili e diffidenti, l’emigrazione agli inizi del ‘900, nel primo e nel secondo dopoguerra, l’attuale invecchiamento della popolazione hanno decretato un progressivo calo demografico. Ma proprio in questo contesto che i suteresi hanno voluto ridare lustro al proprio paese scommettendo su una risorsa che non sembra più un utopia: il turismo.

Top
Loading…
Loading…